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Ma può mettercela tutta che non si sa mai. Il giovedì l'idea è quella di dare la mazzata finale alla scena 17, la scena sfigata per eccellenza (in realtà non è andata così male, sinora). Ma il tempo butta male al 60% da ben due giorni e secondo le previsioni del gvr, metereologo di seconda mano . Chiaramente le cose non vanno come abbiamo in mente, dato che soffia il vento e urla la bufera. Niente scene all'aperto ma neppure in auto, dato che il ticchettìo sarà pure romantico ma al film che romantico in qualche modo è, glie frega poco. Peraltro quel cazzellaro di Sakuragi ha dimenticato per l'intera giornata il celluphono smorzo (cosa che potrei fare io solo) salvo riaccenderlo all'ultimo e domandare con ingenuità posticcia: "ma si gira stasera?". Va del resto aggiunto che è anche disposto a battere il suo precedente record e venire al volo ma di altrettanta fatica non è convinta Satine. Lei coglie al volo l'occasione per riposare, noi cogliamo l'occasione per farci male.
Volo a casa a recuperare il vestiario e raggiungo i nostri a casa del gvr. Torniamo indietro di qualche scena e propendiamo per il momento del salto verso il mondo degli spiriti. Come nella maggior parte delle scene che mi contemplano, si tratta di roba con poco dialogo e in questo caso con vagoni di effetti speciali. La stanza che si scioglie al fuoco, io che giro su me stesso. Robe da pazzi.
C'è anche Eugenio, componente originale dei Deltaframe, costretto moralmente dal rappucchio a donare qualche rene per il film. Per il resto siamo i fedelissimi. Il problema numero uno sta nel ricordare la mia posizione da coricato; sarebbe anche banale se avessi un minimo di memoria e ricordassi la foto che ho appesa di fronte a me in ufficio... Ovviamente non è così, ma la logica ci è di aiuto laddove manca il resto. Oltre alle drammatiche riprese da 30 secondi immobile (quelle dove hai voglia a tenere il fiato, c'è sempre qualcosa che ti viene da grattare ), devo levarmi in piedi separandomi dal mio scalcinato corpo per la prima e ultima volta. Poi una volta in piedi, tutto è fuoco e fiamma e mi basisco girando su me stesso.
Mentre le prime parti, una volta trovate le posizioni, sono gioco da ragazzi, il vero divertimento arriva con la girandola di emozioni (questo il nome ideale della scena). Io, Antò e l'orsetto ci industriamo a rotolare su noi stessi nel tentativo di raggiungere il moto circolare perpetuo. Quello che riesce meglio di tutti è l'emulo di Totò, anche grazie a una particolare inclinazione della caviglia ottenuta solo grazie a mesi di yoga all'antica scuola di Surrient'. Tuttavia il risultato non è perfetto, tanto meno nel mio caso. Così dopo una vomitata collettiva, decidiamo di recuperare una poltroncina girevole da casa rappuzza. In questo caso la situazione è molto più comoda. Mi appoggio con le ginocchia e un orsetto a caso induce il moto rotatorio.
Allestiamo con fatica il tutto ma l'inquadratura non ce la fa proprio a causa della presenza di ciarpame sulla parete. Ok, cambio parete. Ma c'è un piccolo foro nero che da noia e che decidiamo allora di uniformare con del volgare nastro adesivo. Terminato l'allestimento finalmente si gira! Nel vero senso della parola, però: l'orsetto spinge e sospinge all'infinito, cioé sino a quando i due registi non sono contenti. Alè, i biscotti appena ingurgitati minacciano seriamente di riprodursi in formato meno presentabile .
Comunque la scena ha fine abbastanza in fretta; c'è giusto spazio per una ripresa al limite della comicità spinta. Si tratta di riprodurre il suddetto moto circolatorio dal mio punto di vista: quindi telecamera al centro della stanza, tutti accasciati agli angoli. Tutti tranne uno. Il superman del Vesuvio è infatti di scena: tenendo ben salda la camera comincia dapprima a camminarle attorno, quindi parte correndo. La scena è godibilissima, una di quelle che solo lui può.
Beh, vivi o morti arriviamo a fine serata ma non a fine scena. Più morti. E fuori non ha alcuna intenzione di smettere di piovere. Il ritorno a casa con la pioggia è una di quelle cose un po' melanconiche, un po' cyberpunk che mi piacciono. Mentre l'acqua si riversa goccia dopo goccia sul parabrezza gli argini della tua tristezza vengono meno. Ma ti lasci travolgere dall'ondata quasi come fosse un bagno turco. Terapeutica. Rilassante. Buia come la notte. E piacevole nel trascinarti via verso qualche foce, che si trova da qualche parte in qualche lontano mare. |
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