28/05/2002 - SUPEREROI CONTRO LE FORZE DEL MALE - [ Riprese]
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appendice di
   
Arriva un certo momento all'interno di un film anarchico tutto cuore in cui si ha a che fare con un tetto. Non ha importanza quale esso sia nè conta come ci si arrivi, fatto sta che ci si trova tutti quanti a diversi metri dal livello del suolo con l'opportunità piena di guardare verso la linea dell'orizzonte. Al che si può correre al centro del tetto e stare riparati per evitare le vertigini oppure ci si può sporgere dal parapetto e guardare lontano; o ancora sedersi irridenti a cavalcioni dello stesso sprezzando l'immagine di un eventuale sfracellamento al suolo.
Ogni fanciullo ha la sua opportunità accanto alla sua libertà di sprecarla, ogni fanciullo ha le sue narici e i suoi polmoni da spalancare per farci entrare tutto il vento che arriva (e la sua broncopolmonite, dopo).
Il nostro è un tetto aggratis (non poteva essere altrimenti) sito in provincia di Milano. [Sarebbe bello a questo punto, dopo una settimana passata a scambiarci messaggi in codice, rivelarne candidamente l'ubicazione. Ma non lo faccio]. E la prima cosa incredibile che ci accade a 10 metri di altezza è il fatto di arrivare tutti ragionevolmente puntuali, ossia in un intorno arbitrariamente piccolo dell'orario prefissato.
Il gruppo è notevole e solido; la solidità arriva dall'anno passato assieme e dal superamento della soglia del 50, il resto dal numero. Scorgo il gv r e il Palla (Sir John) che cianciano di robe loro mentre arrivo con il Banfi, che all'occasione è passato a raccattare me e qualche asse di legno direttamente a domicilio. Poi tocca all'indigeno Harde, che intento in una telefonata erotica gira in tondo sino a consumare le gomme prima di salutarci. Quindi è la volta di Mauro da Busto e di Antò che nonostante la lontananza e la difficoltà intrinseca della location arriva in fretta (correndo subito da Arde per un autografo richiesto a gran voce dai propri figli). Ultima – senza peraltro fare notizia – è Satine portata in carrozza da Giada, vera e propria guardia del corpo.
Siamo talmente in orario che è ancora chiaro e ci tocca ammirare il tramonto dietro alla torre fascista sistemata sulla principale arteria che attraversa il paese. Il rappuzza non la includerà nell'opera completa e neppure nei titoli di coda (dove ci sarà praticamente di tutto, mosche e tafani compresi). Beh, dopo aver girato minuziosamente il tetto decidiamo di propendere per un angolino mezzo pulp vicino all'impianto di areazione/riscaldamento/altro. Piazziamo le assi in ordine del tutto sparso (non riusciremo mai a rimetterle uguali) e spostiamo le auto in modo da avere la potenza delle medesime in formato luminoso. Mentre Antò e il gv r cercano le inquadrature migliori noi attori si legge il copione cercando di ovviare alla mancanza di tempo degli ultimi giorni. Harde – unico nella sua specie – avrebbe anche studiato la parte a puntino ma si tratta di quella sbagliata: il povero iconoclasta dichiara infatti di aver studiato la seconda parte della 20c ignorando in effetti l'intera (subdola) natura della sequenza stessa. Al che il rappucchio lo insulta senza pietà e lui gli corre dietro quasi con le lacrime agli occhi in cerca del perdono e/o conforto che non arriva. In questo mondo senza pietà un povero anarchico vestito da prete si trova solo e perduto a sbattere contro le asperità della vita. Lo raccolgo mentre girovaga come un'anima nel limbo borbottando frasi sconnesse e lamentele del tipo "non mi ci entra in testa; so tutto da pagina 59 in poi... gnè gnè". Il bambino è comunque bravo e con il suo maestrino che lo tiene per mano riesce a cacciarsi in testa la scena evitando pure di sacramentare eccessivamente all'indirizzo delle alte sfere.
Ma se non vi siete appisolati nel dedalo degli ultimi periodi avrete notato un particolare: ho utilizzato i termini "vestito da prete". Non a caso, vedete. L'abito in questione costituisce il costume di scena di Angelo che per l'occasione di questa sera deve pure recitare scalzo come un carmelitano laddove sassolini e vetri sparsi attentano ai calli suoi. L'abito è una tunica a pieno titolo sgraffignata dalla lavanderia di Mauro dove il povero prete del paese suo si reca del tutto ricco di fiducia verso il prossimo. Anche se la versione di Mauro lo vede consenziente e benedicente, noi non gli crederemo mai e anzi suggerisco di controllare ben bene il suo giardino...
Tra l'altro, come ben sapete, Harde non è certo una stecca e l'abito-che-fa-il-monaco lo strizza ben bene come fosse il bustino di una dama di corte di Luigi XIV. Tanto più che lui, invece che paventare il ventre con canotta macchiata di sugo, richiude il tutto utilizzando nastro adesivo nero. L'effetto è poco meno che esilarante e il modo in cui cammina scalzo ricorda il sonnambulo che si reca nel cuore della notte a fare il bisognino (prendendo in pieno muso lo stipite della porta). Ci piace così!
I fari si accendono, scende ormai la sera e il ciak – sorretto dalla prode Giada battagliera – avanza minaccioso. Si tratta solo di fare qualche prova e trovare la sincronia. Harde leva la mano al cielo richiamando il corpicino di Rox che si schianta al suolo. Io – che son buono di volare come di grattarmi la panza – levito e mi poggio di fronte a lui. Dice una cosa, avanzo, mi blocca, schiaccia Rox con un callo, parlo, mi torce lo stomaco a distanza, crollo a terra e poi prende Rox per il bavero cantandogliela su. Il problema è che il prete e la diva hanno qualche difficoltà a mettere insieme la sincronia mentre io mi dimentico di ritorcermi e capitolare al primo ciak (lo sguardo di Angelo che non comprende come i suoi poteri possano non avere più effetto è troppo ilare!). Pace.
O meglio guerra!, perché il gv r è un po' sull'incazzoso per il fatto che non siamo preparati e ci ordina controvoglia di provare. Proviamo proviamo finché non esce. Oddio, il cattivo sembra un po' posticcio mentre solleva il braccio grattandosi poi le palle d'istinto; e, oddio, la scena si ripete da 10mila inquadrature differenti a beneficio del DVD che verrà e con grande disappunto della mia tumefatta fiancata di sinistra e delle cosce della rosanna sulla strada della piaga.
La maglietta bianca aderente di Satine cresce di venti taglie contribuendo a mostrare ad Angelo qualcuna delle sue grazie e mandandogli il cervello in bambola proprio sul più bello. Ma alla fine si termina e si riesce a passare ad altro. La parte successiva è una doppia battuta di Angelo da capogiro; nel senso che è abbastanza lunga e che non fa parte del set che il brutto ha studiato la notte. Riprende quindi a girovagare con il suo breviario tra le mani e dobbiamo dire che ce la fa. Ciò che non ce la fa è la solita batteria del faro, che ci costringe a tagliarla qua.
C'è da dire che nel mezzo delle riprese qualcosa di curioso è accaduto; ecco dapprima venire una macchina truzza in sgommata con l'intenzione della camporella, salvo poi risgommare in retro una volta accortasi della nostra presenza. Ecco poi una seconda auto nascondersi in lontananza e un regista intimare alla sfasciacarrozze Giada di andare a controllare (come si fa con il proprio tirapiedi!) - lei ci va davvero e grazie alle preghiere di Odilla torna anche sana. Ed ecco infine un Hermes, che ha passato tutta la sera al piano di sotto temendo di irrompere proprio nel climax, giungere a fine serata per acquistare i cd dei Bukorvi e dare il suo apporto elettricistico.
E quando la luce si spegne, Rox che ha fatto una fatica disumana per tutta la sera perché fisicamente dolente – non mancando peraltro di sciorinare adeguata dose di lamentele – balzella verso l'auto trascinando seco la prode Giada. Sir John era fuggito prima richiamato da telefonata di amante (ricordate le sue doti equine?) e Mauro a seguire.
Rimaniamo in una combriccola quasi da 4-amici-al-bar ad ascoltare un cd. Si tratta dell'ultima produzione musicale del Rakku prima della chiusura del gruppo: Harde è in prima fila curioso come sempre alla ricerca della missione di ogni uomo, l'altra H, cioé Hermes, curioso pure lui dinanzi alla nota impazzita. Antò e Banfi pronti a cogliere arpeggi e citazioni varie e io nella posizione del libero. Sale un'auto di vigilanti, si ferma vicino a un impianto, ci nota e schizza via. Saranno gli abiti in pelle, il gioco di luci e ombre. Bah. Sarebbe il caso di andare. No, noi siamo amici della notte.
Restiamo sino a quando dalla stessa rampa – guardata a dire il vero con timore e reverenza tutta la sera – sale un'auto con faro fisso. Sono proprio le forze del male che ci aspettavamo; scende il caramba #1 con sfollagente e sguardo truce: "cos'è questo, un ritrovo?". Patente e libretto, prego. In realtà carta d'identità. Ovviamente tutti ce l'hanno e altrettanto ovviamente manca al sottoscritto; non nuovo a questo genere di esperienze lo guardo e sorridendo come posso gli dico che l'ho lasciata a casa con il portafogli, che prendo solo quando guido. Al che mi attende una filippica di un'ora su come i bravi bambini devono sempre uscire di casa con la C.I. Bella.
Cambio caramba, cambio inquadratura: il #1 entra in auto, il #2 esce per tenerci d'occhio, mica che qualcuno tenti qualche tipo di bravata del genere buttarsi dal parapetto urlando "evviva la rivoluzione!". Il secondo, dunque, resta un po' a guardarci poi decide che Harde è un caso isolato e nella media siamo bravi ragazzi. Allora si mette a chiacchierare un po' su 'sto film e sulle modalità e a momenti non si offre di darci il faro da 400W che montano sull'auto.
Nella foga del momento ci lasciamo andare anche a una richiesta su un eventuale permesso regolamentare. È da chiedere al negozio di sotto ma nella realtà il gv r teme che la cosa ci possa creare solo problemi, quindi glisseremo. Gli amici delle forze del male salutano e noi scambiamo le ultime due parole prima di nasconderci nelle auto e fuggire.
Forse dovevamo farlo prima. Forse. Ma guardiamo nell'indomani e nelle nostre giornate spese tra mura bianche e questo tempo perso un po' ci allieta. Chi apre i finestrini, chi piazza il proprio cd in auto e alza il volume, chi fischietta; la convinzione è la stessa: palpebre assonnate, occhiaie o impegni sono una cosa sacrosanta ma non si può stare troppo a lungo lontani dai 10 metri sul livello del suolo.